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L’obesità non è solo un fattore di rischio per diabete, malattie cardiovascolari e disturbi articolari. Le evidenze più recenti indicano che può agire anche come acceleratore silenzioso dei processi neurodegenerativi, anticipando la traiettoria che conduce alla malattia di Alzheimer. A renderlo evidente sono specifici biomarcatori rilevabili con semplici esami del sangue, capaci di intercettare alterazioni biologiche anni prima dell’esordio dei sintomi e, in alcune fasi, persino prima dei segnali visibili agli esami di imaging cerebrale.

Un legame che emerge prima dei sintomi

Una nuova ricerca internazionale presentata a un importante congresso di radiologia e basata su dati longitudinali ha mostrato che, nelle persone con obesità, l’aumento dei biomarcatori associati all’Alzheimer può essere molto più rapido rispetto ai soggetti normopeso. In alcuni casi, l’incremento nel tempo raggiunge valori quasi doppi, pur in assenza di disturbi cognitivi evidenti.

Il messaggio chiave è che l’obesità può influenzare precocemente i meccanismi biologici della neurodegenerazione, molto prima che la malattia diventi clinicamente riconoscibile.

Marcatori sotto esame

Lo studio ha analizzato i dati di oltre quattrocento volontari seguiti per circa cinque anni nell’ambito dell’Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative, combinando analisi ematiche e tomografia a emissione di positroni (PET) mirata alla ricerca di beta-amiloide.

Nel sangue sono stati valutati biomarcatori oggi considerati centrali nella ricerca sull’Alzheimer:

  • pTau217, indicatore sensibile dei processi patologici legati alla proteina tau
  • NfL (catena leggera dei neurofilamenti), marker di danno neuronale
  • GFAP, proteina associata all’attivazione degli astrociti, cellule chiave nella risposta infiammatoria del sistema nervoso centrale

Questi parametri sono stati messi in relazione con l’andamento dell’indice di massa corporea (BMI) nel tempo.

Il sangue dice di più della PET

Un dato apparentemente controintuitivo emerge all’inizio del follow-up: un BMI più elevato è associato a livelli iniziali più bassi dei biomarcatori nel sangue e a un carico amiloide cerebrale inferiore. La spiegazione proposta è di tipo fisiologico: la maggiore massa ematica nelle persone obese può “diluire” i biomarcatori, rendendoli inizialmente meno concentrati.

Ciò che conta, però, è l’evoluzione nel tempo. Con il passare degli anni, i soggetti con obesità mostrano un aumento più rapido dei biomarcatori plasmatici e una progressione più marcata dei segni associati all’Alzheimer anche alle scansioni PET. In particolare, l’incremento di pTau217 risulta significativamente più veloce, mentre NfL e accumulo di amiloide seguono una traiettoria di crescita anticipata rispetto ai non obesi.

Questi risultati suggeriscono che gli esami del sangue possono risultare più sensibili della PET nelle fasi iniziali, intercettando prima le alterazioni biochimiche che precedono i cambiamenti strutturali del cervello.

Il ruolo della neuroinfiammazione

Il possibile “collante” tra obesità e neurodegenerazione è rappresentato dalla neuroinfiammazione. L’obesità è caratterizzata da uno stato infiammatorio cronico di basso grado che non resta confinato ai tessuti periferici, ma può coinvolgere anche il sistema nervoso centrale.

Le evidenze indicano che l’infiammazione può alterare il metabolismo dell’amiloide, compromettere la funzione dei neuroni e modificare il ruolo di supporto degli astrociti. In questo scenario, l’obesità diventa un fattore che amplifica e accelera processi già predisposti, rendendo più probabile una progressione anticipata verso la malattia di Alzheimer e, potenzialmente, verso altre patologie neurodegenerative.

Implicazioni per la prevenzione e la ricerca

La possibilità di monitorare l’impatto dell’obesità attraverso biomarcatori ematici facilmente accessibili apre prospettive importanti. Test ripetibili, meno costosi e più semplici rispetto alle tecniche di imaging avanzato potrebbero essere utilizzati su larga scala, anche in studi clinici di prevenzione.

Questi strumenti consentono di individuare finestre temporali precoci in cui intervenire sullo stile di vita e sui fattori di rischio modificabili, prima che il danno neurologico diventi irreversibile.

Visite specialistiche e prevenzione mirata nella relazione tra obesità e alzheimer

Visite specialistiche e prevenzione mirata nella relazione tra obesità e alzheimer

Alla luce di queste evidenze, assume un ruolo centrale la valutazione specialistica dei soggetti con obesità, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio metabolici o familiari. Il monitoraggio clinico non riguarda solo peso e parametri cardiovascolari, ma può includere screening mirati e un’attenta valutazione del profilo metabolico e infiammatorio.

La prevenzione primaria passa da interventi su alimentazione, attività fisica e controllo del peso, mentre la prevenzione secondaria può beneficiare di controlli periodici nei soggetti a rischio, sfruttando biomarcatori che permettono di seguire l’evoluzione biologica nel tempo.

Un cambio di prospettiva

L’insieme dei dati rafforza una visione integrata della salute: cervello e metabolismo sono strettamente interconnessi. L’obesità non va considerata solo come un problema cardiometabolico, ma come una condizione capace di influenzare anche il destino cognitivo a lungo termine.

Riconoscere precocemente questi legami significa anticipare la diagnosi, personalizzare la prevenzione e ridurre il peso futuro delle demenze, sfruttando strumenti semplici come un esame del sangue per intercettare segnali che, fino a pochi anni fa, erano invisibili.

Verso una prevenzione più efficace

L’ultimo messaggio è chiaro: intervenire sull’obesità non tutela solo il cuore e il metabolismo, ma anche il cervello. La possibilità di misurare nel sangue biomarcatori predittivi offre un’opportunità concreta per trasformare la prevenzione dell’Alzheimer in un percorso più precoce, mirato e accessibile.

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