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Il sistema di assistenza domiciliare, che dovrebbe rappresentare la risposta principale alla cronicità, è fermo a numeri minimi, inefficaci e spesso simbolici. E non è certo una buona notizia alla luce del fatto che entro il 2050, un italiano su dieci sarà fragile. Eppure i Il Paese è già sommerso dalle patologie croniche, ma senza un coordinamento nazionale, le cure primarie restano un nodo irrisolto e sempre più distante dai bisogni reali delle persone.

L’ondata della cronicità

In Italia, la cronicità non è un problema in arrivo: è una realtà già travolgente. Oltre 29 milioni di cittadini convivono con almeno una malattia cronica, spesso più di una. Si parla di quasi 9 milioni di persone con almeno una patologia grave e circa 4 milioni di anziani non autosufficienti. Una popolazione che richiederebbe continuità assistenziale, monitoraggio quotidiano e supporto domiciliare efficace. Ma i numeri raccontano tutt’altro.

Un sistema sanitario senza direzione

L’organizzazione della sanità territoriale si presenta frammentata, disorganica e diseguale. Manca una regìa unitaria che stabilisca standard, uniformità nei modelli assistenziali e criteri di accesso omogenei. Il risultato è un mosaico disomogeneo di interventi, dove l’offerta di servizi varia da regione a regione, da città a città, e troppo spesso lascia intere fasce di popolazione prive di risposte.

Nonostante le molte dichiarazioni di intenti, la medicina di prossimità rimane più una promessa sulla carta che una realtà operativa. La casa, che dovrebbe essere il primo luogo di cura, non è ancora un nodo centrale del sistema, ma un anello debole, abbandonato a logiche residuali.

L’illusione dell'assistenza domiciliare che funziona a singhiozzo

L’illusione dell'assistenza domiciliare che funziona a singhiozzo

Tra i principali strumenti per l’assistenza ai pazienti fragili c’è l’Assistenza domiciliare integrata (Adi), teoricamente pensata per offrire prestazioni sanitarie e sociali al domicilio del paziente, riducendo ospedalizzazioni inutili e favorendo la qualità di vita.

Ma in concreto, l’Adi si traduce spesso in una presenza intermittente, limitata in media a soli 16 accessi l’anno. Appena più di uno al mese. Numeri incompatibili con l’assistenza di una persona non autosufficiente, con bisogni sanitari quotidiani e un fabbisogno assistenziale che cresce con l’età e la fragilità.

Il rischio è di trasformare un diritto in un’illusione, con visite programmate troppo di rado, spesso solo burocratiche, e senza un reale progetto terapeutico personalizzato.

Carenza di personale: il tallone d’Achille

Uno degli ostacoli più gravi alla realizzazione di un’assistenza domiciliare efficace è la cronica mancanza di personale dedicato. Infermieri, fisioterapisti, medici di comunità, operatori socio-sanitari: tutte figure carenti, sottopagate, spesso assunte con contratti precari e costrette a gestire carichi di lavoro insostenibili.

Il territorio, che dovrebbe essere il baricentro della nuova sanità, non ha mai ricevuto gli investimenti strutturali necessari. Le professioni sanitarie che operano fuori dagli ospedali sono sempre più rare, nonostante la crescita dei bisogni.

Una frattura sociale sempre più profonda

A pagare il prezzo della disorganizzazione sono, come sempre, i più deboli. Le famiglie fragili, gli anziani soli, le persone con disabilità che non possono permettersi assistenza privata e che non trovano risposta nella sanità pubblica.

Il divario tra chi può permettersi cure domiciliari a pagamento e chi deve affidarsi al sistema pubblico si allarga ogni anno. L’Italia rischia di diventare un Paese a due velocità anche nella gestione della fragilità.

In assenza di risposte pubbliche adeguate, i caregiver familiari – spesso donne, spesso non formate – si trovano costretti a sostituire lo Stato, con un carico emotivo e fisico altissimo, senza tutele e senza riconoscimento.

Serve un coordinamento nazionale

Quello che manca non è solo il personale o il budget: manca una regìa, un progetto nazionale capace di disegnare un modello unico di cura domiciliare, da declinare in modo equo in tutte le regioni.

Serve una strategia centralizzata che definisca criteri chiari per l’accesso all’Adi, monitori i livelli essenziali delle prestazioni domiciliari, promuova la formazione continua degli operatori e valorizzi la figura dell’infermiere di famiglia.

Anche le tecnologie digitali – telemedicina, cartelle cliniche condivise, sensori per il monitoraggio remoto – sono strumenti disponibili ma ancora scarsamente integrati nella pratica quotidiana. Per funzionare, hanno bisogno di un’infrastruttura organizzativa stabile e di personale formato.

L’urgenza di un cambio di passo

Con l’invecchiamento della popolazione e il moltiplicarsi delle cronicità, il tempo è scaduto. Continuare a rinviare riforme strutturali della medicina territoriale significa condannare milioni di persone a una sofferenza evitabile, e il Sistema sanitario nazionale a un collasso progressivo.

La domiciliarità non è un’opzione, ma un imperativo sanitario, economico e sociale. È la sola via per ridurre la pressione sugli ospedali, contenere i costi della cronicità e restituire dignità e centralità alle persone nel luogo più naturale di cura: la propria casa.

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