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Il disturbo cognitivo lieve (MCI) rappresenta una delle sfide più rilevanti per la sanità pubblica dei prossimi anni. È una condizione di confine, spesso sottovalutata, che non compromette ancora l’autonomia della persona ma che può evolvere verso forme di demenza. Nuovi dati europei indicano che circa un paziente su dieci con MCI sviluppa una demenza nell’arco di 24 mesi, mentre un’ulteriore quota mostra un declino cognitivo significativo pur restando nella stessa diagnosi clinica.

Le evidenze arrivano da un ampio progetto di ricerca finanziato dall’Unione Europea, che punta a migliorare la diagnosi precoce e la capacità di prevedere l’evoluzione delle malattie neurodegenerative grazie all’uso dell’intelligenza artificiale.

Cosa emerge dallo studio europeo

I primi risultati riguardano l’analisi di 1.022 persone con diagnosi di disturbo cognitivo lieve seguite per due anni in diversi Paesi europei. I dati mostrano che circa il 10% dei soggetti è progredito verso una forma di demenza entro 24 mesi, mentre circa il 20% ha registrato un peggioramento cognitivo rilevante rispetto alla valutazione iniziale.

Questi numeri confermano che l’MCI non è una condizione uniforme. In una parte delle persone rimane stabile nel tempo, in altre evolve in modo più rapido. La difficoltà principale per i sistemi sanitari è capire chi è realmente a rischio e chi, invece, non svilupperà una patologia neurodegenerativa.

Disturbo cognitivo lieve: una fase intermedia da non sottovalutare

Il disturbo cognitivo lieve si colloca tra il normale invecchiamento cerebrale e le forme patologiche come le demenze. Non comporta necessariamente perdita di autonomia o deficit gravi, ma indica che qualcosa nei processi cognitivi non sta funzionando come dovrebbe.

Le stime indicano che solo una parte delle persone con MCI evolve nel tempo verso una demenza, con percentuali che possono arrivare al 30–50% negli anni successivi, a seconda delle caratteristiche individuali. Proprio per questo motivo, la diagnosi di MCI non deve generare allarme, ma attenzione clinica strutturata.

Differenze tra Nord Europa e area mediterranea

Un aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda le differenze geografiche. Le popolazioni del Nord Europa presentano più frequentemente alcuni fattori genetici di rischio, come la variante ApoE ε4, associata alla malattia di Alzheimer. In queste stesse popolazioni sono stati riscontrati livelli più elevati nel sangue di biomarcatori legati ai processi neurodegenerativi, indipendentemente da età, sesso e livello di istruzione.

Al contrario, nei Paesi dell’area mediterranea emergono differenze nella definizione clinica del MCI, nelle strategie diagnostiche e nell’organizzazione dei sistemi sanitari. Questi elementi suggeriscono che il rischio di evoluzione non dipende solo dalla genetica, ma anche da fattori educativi, organizzativi e di accesso ai percorsi di cura.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella diagnosi precoce del disturbo cognitivo lieve

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella diagnosi precoce del disturbo cognitivo lieve

Il progetto europeo si distingue per la grande quantità di dati raccolti: informazioni socio-demografiche, valutazioni neuropsicologiche, analisi genetiche, biomarcatori plasmatici e dati neurofisiologici, come l’elettroencefalogramma ad alta densità.

Questi dati vengono analizzati tramite algoritmi avanzati di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di individuare pattern predittivi affidabili. L’obiettivo non è solo anticipare la diagnosi di demenza, ma stratificare il rischioall’interno della popolazione con MCI, distinguendo chi necessita di un monitoraggio più intensivo da chi può essere seguito con controlli meno ravvicati.

Perché l’armonizzazione dei percorsi è una priorità sanitaria

Le differenze osservate tra Paesi evidenziano la necessità di armonizzare le procedure diagnostiche e i percorsi assistenziali a livello europeo. Una diagnosi precoce e accurata delle malattie neurodegenerative dipende non solo dagli strumenti tecnologici, ma anche da criteri clinici condivisi, accesso uniforme agli esami e integrazione tra servizi sanitari.

In un contesto di invecchiamento della popolazione, migliorare la capacità di individuare precocemente chi è a rischio elevato significa programmare meglio le risorse, ridurre l’impatto socio-sanitario delle demenze e offrire ai pazienti e alle famiglie informazioni più chiare e tempestive.

Visite specialistiche, prevenzione e monitoraggio

In presenza di disturbo cognitivo lieve, è fondamentale non trascurare il monitoraggio specialistico. Valutazioni neuropsicologiche periodiche, controlli mirati e attenzione ai fattori di rischio modificabili rappresentano strumenti essenziali di prevenzione secondaria.

Stili di vita sani, controllo dei fattori cardiovascolari, stimolazione cognitiva e adesione ai percorsi di follow-up possono contribuire a rallentare il declino e a intercettare precocemente eventuali segnali di peggioramento. La prevenzione, in questo ambito, non significa evitare la malattia in assoluto, ma ridurre il rischio e guadagnare tempo di qualità.

Prevedere il rischio per proteggere il futuro

I dati europei sul disturbo cognitivo lieve indicano con chiarezza che non tutti i pazienti seguono lo stesso percorso. La sfida per la sanità del futuro è passare da una gestione uniforme a una medicina predittiva e personalizzata, capace di identificare chi è più esposto al rischio di demenza e di intervenire in modo mirato.

L’integrazione tra ricerca clinica, biomarcatori e intelligenza artificiale apre nuove prospettive per affrontare una delle principali sfide del terzo millennio: invecchiare mantenendo il più possibile salute cognitiva e autonomia.

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