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La fascite plantare è una delle patologie più comuni del piede in età adulta, con una prevalenza stimata attorno al 10% della popolazione. Colpisce soprattutto tra i 40 e i 60 anni e si manifesta con un dolore acuto al tallone, particolarmente intenso nei primi passi del mattino. Alla base vi è uno stress cronico sulla fascia plantare, un legamento che collega il calcagno alle dita, reso più fragile da fattori come sovrappeso, sport ad alto impatto, scarpe inadeguate o alterazioni posturali.

Dalla terapia conservativa alla chirurgia

Nella maggior parte dei casi, la prima linea di trattamento è conservativa. Fisioterapia, stretching mirato, utilizzo di plantari, infiltrazioni e terapie fisiche come le onde d’urto rappresentano soluzioni efficaci per molti pazienti. Tuttavia, quando il dolore persiste oltre sei mesi, o tende a ripresentarsi, la chirurgia diventa una possibilità. Le tecniche tradizionali, con incisione diretta sulla pianta del piede, comportavano lunghi tempi di recupero e un rischio più alto di complicazioni cutanee.

Le nuove procedure mini-invasive

Negli ultimi anni sono emerse procedure chirurgiche mini-invasive che agiscono indirettamente sulla fascia plantare riducendone la tensione. Una delle più promettenti prevede un piccolo accesso dietro al ginocchio, attraverso cui viene allungato selettivamente il muscolo gastrocnemio mediale. In questo modo diminuisce la trazione sulla fascia plantare, intervenendo sulla causa meccanica della patologia.

In casi selezionati, alla chirurgia si possono associare tecniche rigenerative basate su cellule staminali autologhe, che hanno l’obiettivo di stimolare la riparazione dei tessuti e accelerare i processi di guarigione.

I dati disponibili indicano un recupero funzionale più rapido rispetto al passato. Il cammino assistito è possibile già dopo pochi giorni dall’intervento, la guida può essere ripresa nell’arco di una settimana e l’uso di scarpe comode in circa due o tre settimane. Entro due mesi, molti pazienti tornano ad attività sportive leggere, con un miglioramento significativo della qualità di vita.

Recupero più rapido e ritorno alle attività: sintomi da non trascurare

Il dolore al tallone è il sintomo principale della fascite plantare. Nei casi cronici, il fastidio può estendersi all’intera pianta del piede e peggiorare con la stazione eretta prolungata. Ignorare i segnali o limitarsi ad assumere analgesici senza intervenire sulla causa meccanica può portare a peggioramenti e alla formazione della cosiddetta “spina calcaneare”, una calcificazione visibile alle radiografie.

Fascite plantare: visite specialistiche e prevenzione

Fascite plantare: visite specialistiche e prevenzione

La diagnosi di fascite plantare si basa sulla valutazione clinica e, quando necessario, su esami di imaging come ecografia e radiografia. L figura chiave per le cure è l’ortopedico o il fisiatra e anche podologo, che possono indicare percorsi terapeutici mirati. La prevenzione passa da alcuni accorgimenti: scegliere calzature adeguate, mantenere un peso equilibrato, evitare sovraccarichi durante l’attività fisica e dedicare tempo a esercizi di stretching del polpaccio e della fascia plantare.

Nuove prospettive terapeutiche

La fascite plantare non è una semplice infiammazione passeggera, ma una condizione che può cronicizzarsi se trascurata. Le nuove tecniche mini-invasive rappresentano una concreta opportunità per i pazienti che non rispondono ai trattamenti conservativi, con vantaggi sia in termini di tempi di recupero sia di qualità della vita. Una diagnosi precoce e controlli specialistici regolari restano fondamentali per evitare complicazioni e scegliere la strategia più adatta alle esigenze di ciascun paziente.

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