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L’ictus ischemico è una delle principali cause di disabilità e mortalità nel mondo. La sua gestione ruota attorno a un principio fondamentale: “time is brain”, il tempo è cervello. Ogni minuto di mancata irrorazione sanguigna provoca la morte di milioni di neuroni, rendendo cruciale un intervento tempestivo. Accanto alla rapidità delle cure, però, emergono due domande decisive per pazienti e familiari: quanto è esteso il danno cerebrale e come evolverà nel tempo, soprattutto in vista della riabilitazione.

Una risposta promettente arriva dalla ricerca scientifica: una proteina rilevabile con un semplice esame del sangue, chiamata BD-tau, potrebbe diventare un indicatore affidabile della gravità dell’ictus e della sua evoluzione.

Una “troponina del cervello” per l’ictus

La BD-tau è una forma della proteina tau che deriva specificamente dal sistema nervoso centrale. A differenza di altri marcatori generici, consente di misurare direttamente il danno cerebrale in atto. La sua funzione è stata paragonata a quella della troponina per il cuore, utilizzata da anni per valutare l’entità di un infarto.

La possibilità di avere un biomarcatore ematico oggettivo, facilmente ripetibile e poco invasivo, rappresenta un cambio di paradigma nella gestione dell’ictus ischemico, oggi basata soprattutto su esami di imaging come TAC e risonanza magnetica.

Cosa misura la BD-tau

Gli studi condotti negli ultimi anni hanno dimostrato che i livelli di BD-tau nel sangue sono strettamente correlati all’entità del danno cerebrale. Valori elevati, rilevati già nelle prime ore dalla comparsa dei sintomi, risultano associati a lesioni più estese e a una definizione più precisa della loro localizzazione.

In pratica, la BD-tau “disegna” il danno cerebrale sia nella fase acuta sia nel decorso successivo, offrendo informazioni preziose che vanno oltre la fotografia istantanea fornita dalle immagini radiologiche.

Monitoraggio nel tempo e prognosi funzionale

Uno degli aspetti più innovativi della BD-tau riguarda il monitoraggio dell’evoluzione dell’ictus nel tempo. Livelli elevati nelle prime 24-48 ore sono stati associati a un maggior rischio di progressione della lesione, di complicanze e di possibili recidive.

Ancora più rilevante è la capacità predittiva a distanza: l’analisi della BD-tau consente di stimare con buona affidabilità l’esito funzionale a tre mesi, offrendo indicazioni utili per personalizzare i percorsi di riabilitazione e di assistenza a lungo termine.

Valutare l’efficacia delle cure acute

La proteina BD-tau si è dimostrata utile anche per valutare l’efficacia dei trattamenti in fase acuta. In particolare, dopo procedure di rivascolarizzazione come la trombectomia, i livelli della proteina risultano meno elevati quando il vaso ostruito viene completamente riaperto.

Questo dato suggerisce che la BD-tau possa diventare uno strumento per misurare in modo oggettivo la risposta alle terapie e, in prospettiva, anche l’efficacia di nuovi farmaci neuroprotettivi oggi in fase di studio.

Ricerca e prospettive cliniche

Le implicazioni cliniche di questa scoperta sono potenzialmente molto ampie. Un biomarcatore facilmente utilizzabile, basato su un semplice prelievo di sangue ripetibile nei primi giorni dopo l’ictus, potrebbe rendere la gestione della patologia più rapida, economica e personalizzata rispetto all’uso esclusivo degli esami radiologici.

La possibilità di seguire nel tempo l’evoluzione del danno cerebrale aprirebbe inoltre nuovi scenari nella ricerca clinica e nella valutazione dei trattamenti, inclusi quelli riabilitativi.

Prevenzione, diagnosi precoce e visite specialistiche: i sintomi d'allarme dell'ictus ischemico

Prevenzione, diagnosi precoce e visite specialistiche: i sintomi d'allarme dell'ictus ischemico

Nonostante i progressi della ricerca, la prevenzione resta l’arma più efficace contro l’ictus. Riconoscere tempestivamente i sintomi d’allarme – improvvisa difficoltà nel parlare, perdita di forza a un arto, asimmetria del volto, disturbi visivi – è fondamentale per attivare subito i soccorsi.

Il controllo dei principali fattori di rischio, come ipertensione, diabete, fibrillazione atriale, fumo e sedentarietà, insieme a visite specialistiche mirate e a programmi di prevenzione primaria e secondaria, rimane centrale per ridurre l’incidenza e la gravità dell’ictus ischemico.

Verso cure e riabilitazione sempre più su misura

La scoperta della BD-tau segna un passo importante verso una medicina più personalizzata, capace di adattare cure e riabilitazione alle reali condizioni del cervello dopo un ictus. Se confermata da ulteriori studi, questa proteina potrebbe diventare uno strumento chiave per migliorare la prognosi, la qualità delle cure e il recupero funzionale dei pazienti.

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