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INTERVISTA CON LA DOTTORESSA LAURA BERARDI, MEDICO CHIRURGO SPECIALISTA IN GERIATRIA

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L’invecchiamento della popolazione sta ridisegnando in profondità i bisogni del Servizio sanitario e il modo di prendersi cura delle persone più fragili. Cronicità, multimorbilità, declino cognitivo, rischio di perdita dell’autonomia e aumento della domanda di assistenza territoriale e domiciliare pongono nuove sfide cliniche e organizzative, che richiedono un approccio sempre più integrato e centrato sulla persona. In questo scenario, il ruolo della geriatria diventa strategico per garantire continuità di cura, appropriatezza degli interventi e qualità della vita degli anziani. Ne parliamo con la dott.ssa Laura Berardi, medico chirurgo specialista in Geriatria, che dal suo osservatorio clinico offre una lettura approfondita sui bisogni emergenti, sulle criticità ancora aperte e sulle prospettive future dell’assistenza agli anziani.

L’invecchiamento della popolazione è una delle grandi sfide del Servizio sanitario. Dal suo osservatorio nel Lazio, quali sono oggi i bisogni più urgenti degli anziani e quali risposte mancano ancora sul territorio?

Dal mio punto di vista, i bisogni più urgenti degli anziani riguardano innanzitutto la gestione della cronicità e della multimorbilità, che richiede percorsi di presa in carico continuativi, integrati e personalizzati, più che risposte episodiche legate all’evento acuto. A questo si affianca poi il tema della non autosufficienza, con una crescente domanda di assistenza domiciliare, supporto alle famiglie e servizi che abbiano l’obiettivo di prevenire l’istituzionalizzazione. Un altro bisogno rilevante è quello legato alla salute mentale e cognitiva, in particolare alle demenze e alla fragilità psicosociale, spesso aggravate dall’isolamento e dalla solitudine. In questo ambito, sono ancora insufficienti le reti territoriali dedicate, così come i servizi di sostegno ai caregiver, che svolgono un ruolo fondamentale ma rimangono poco tutelati.

Il ruolo della medicina territoriale è cruciale per gli anziani. Cosa dovrebbe migliorare, secondo lei, per garantire continuità di cura e ridurre il ricorso improprio ai pronto soccorso?

La medicina territoriale è il perno su cui costruire una reale continuità di cura per la popolazione anziana, soprattutto per chi convive con cronicità e fragilità. Per ridurre il ricorso improprio ai pronto soccorso è necessario, innanzitutto, rafforzare la capacità del territorio di intercettare precocemente i bisogni e di offrire risposte tempestive e coordinate.Sicuramente un primo ambito di miglioramento riguarda l’organizzazione e l’accessibilità dei servizi: la presenza di équipe multiprofessionali stabili, il potenziamento della medicina generale e l’effettiva operatività delle strutture territoriali consentirebbero di gestire molte situazioni cliniche prima che diventino emergenze. Fondamentale è anche una maggiore integrazione tra medici di medicina generale, specialisti, infermieri di comunità e servizi sociali, per garantire una presa in carico continuativa e non frammentata.Un secondo elemento chiave è la gestione della cronicità e come precedentemente detto delle comorbidità, attraverso piani assistenziali personalizzati, follow-up programmati e un uso più strutturato dell’assistenza domiciliare. In questo modo si possono prevenire riacutizzazioni, cadute o scompensi che oggi portano frequentemente al pronto soccorso.

Molti pazienti anziani convivono con più malattie contemporaneamente. Quanto è importante oggi una presa in carico globale della persona rispetto alla cura della singola patologia?

È oggi fondamentale, e direi imprescindibile, superare un approccio centrato sulla singola patologia a favore di una presa in carico globale della persona anziana. La multimorbilità è la condizione più frequente nella terza età e rende spesso inefficace, se non dannosa, una gestione frammentata basata su interventi isolati e non coordinati.Una presa in carico globale consente di tenere insieme aspetti clinici, funzionali, cognitivi, psicologici e sociali, valorizzando ciò che per l’anziano conta davvero: il mantenimento dell’autonomia, la qualità della vita e la possibilità di vivere nel proprio contesto. Questo approccio permette anche di definire priorità di cura realistiche, evitare trattamenti sproporzionati e ridurre il rischio di polifarmacoterapia inappropriata.In questo senso, la valutazione multidimensionale rappresenta uno strumento chiave, perché guida scelte terapeutiche personalizzate e condivise, basate non solo sulle linee guida della singola malattia, ma sulla complessità della persona. In definitiva, prendersi cura della persona nella sua globalità non significa rinunciare alla qualità clinica, ma al contrario migliorarla, rendendo gli interventi più appropriati, sostenibili e coerenti con i bisogni reali dell’anziano e della sua famiglia.

La polifarmacoterapia è una realtà diffusa nella terza età. Come si può ridurre il rischio di interazioni tra farmaci e migliorare l’aderenza alle terapie?

La polifarmacoterapia è una condizione molto frequente nella terza età ed è spesso il risultato della coesistenza di più patologie croniche. Il problema non è tanto il numero dei farmaci in sé, quanto la mancanza di una visione complessiva e coordinata della terapia, che può aumentare il rischio di interazioni, effetti avversi e scarsa aderenza.Per ridurre questi rischi è fondamentale effettuare una revisione periodica e strutturata della terapia, soprattutto nei pazienti più fragili. Il medico di medicina generale, in collaborazione con lo specialista, dovrebbe verificare regolarmente appropriatezza, dosaggi, duplicazioni e reale utilità di ciascun farmaco, valutando anche la possibilità di sospendere quelli non più necessari secondo un approccio di “deprescrizione” sicuro e condiviso.Altrettanto importante è migliorare l’aderenza terapeutica attraverso una comunicazione chiara e personalizzata. Spiegare al paziente e ai caregiver il motivo di ogni terapia, semplificare gli schemi posologici quando possibile e utilizzare strumenti pratici — come promemoria, blister settimanali o supporti digitali — può fare una grande differenza. In questo contesto, anche l’attenzione agli aspetti cognitivi, sensoriali e sociali dell’anziano è cruciale, perché difficoltà di memoria, vista o isolamento possono compromettere l’assunzione corretta dei farmaci.Una gestione attenta e multidisciplinare della polifarmacoterapia non solo migliora la sicurezza delle cure, ma contribuisce in modo significativo alla qualità di vita dell’anziano.

Il declino cognitivo e i disturbi della memoria spaventano molto pazienti e famiglie. Quando è il momento giusto per chiedere una valutazione specialistica?

Il momento giusto per richiedere una valutazione specialistica è quando i disturbi della memoria o altre difficoltà cognitive iniziano a interferire, anche in modo lieve ma persistente, con la vita quotidiana della persona. È importante non attendere che i sintomi diventino evidenti o invalidanti: segnali come dimenticanze frequenti, difficoltà a orientarsi, problemi nel linguaggio, nel ragionamento o nel gestire attività abituali, soprattutto se notati anche dai familiari, meritano attenzione.Una valutazione precoce consente innanzitutto di distinguere tra un normale invecchiamento e un vero declino cognitivo, ma anche di individuare condizioni potenzialmente reversibili o trattabili. Inoltre, nei casi in cui si confermi una patologia neurodegenerativa, la diagnosi tempestiva permette di avviare interventi farmacologici, riabilitativi e di supporto che possono rallentare la progressione dei sintomi e migliorare la qualità di vita del paziente e dei caregiver.

Osteoporosi, artrosi e fragilità ossea sono spesso considerate “inevitabili” con l’età. È davvero così o oggi possiamo fare prevenzione e diagnosi precoce in modo più efficace?

Oggi sappiamo che osteoporosi, artrosi e fragilità ossea non sono un destino inevitabile legato all’età, ma condizioni in larga parte prevenibili e, soprattutto, intercettabili precocemente. L’invecchiamento comporta cambiamenti fisiologici dell’apparato muscolo-scheletrico, ma la perdita di massa ossea e funzionale può essere rallentata in modo significativo con interventi mirati. La prevenzione inizia già prima della terza età e prosegue negli anni successivi attraverso corretti stili di vita: attività fisica regolare e adattata all’età, alimentazione equilibrata con adeguato apporto di calcio e vitamina D, prevenzione delle cadute e contrasto alla sedentarietà. A questo si aggiunge l’attenzione ai fattori di rischio individuali, come familiarità, terapie croniche, comorbilità e precedenti fratture. Dal punto di vista diagnostico, oggi disponiamo di strumenti efficaci per la diagnosi precoce, come la densitometria ossea, che consente di individuare la riduzione della massa ossea prima che si manifestino eventi clinici rilevanti. Analogamente, una valutazione funzionale e del rischio di frattura permette di intervenire tempestivamente in condizioni di fragilità ossea.Il messaggio chiave è che non bisogna attendere la frattura per intervenire. Tutto ciò al fine di ridurre soprattutto nell’anziano in modo significativo il rischio di fratture, disabilità e perdita di autonomia

Prevenzione significa anche screening e controlli periodici. Quali visite ed esami ritiene fondamentali dopo i 65–70 anni per intercettare precocemente i problemi di salute?

Dopo i 65–70 anni la prevenzione assume un valore strategico, perché consente di individuare precocemente condizioni che, se riconosciute in tempo, possono essere gestite in modo efficace, preservando autonomia e qualità di vita. In questa fascia di età è fondamentale un inquadramento clinico periodico in primis da parte del medico di medicina generale, che rappresenta il punto di riferimento per la valutazione complessiva dello stato di salute, della terapia in atto e dei fattori di rischio. Tra i controlli più importanti rientrano il monitoraggio dei principali parametri cardiovascolari — pressione arteriosa, assetto lipidico e glicemia — insieme alla valutazione della funzionalità renale ed epatica, dell’emocromo e dello stato nutrizionale. Particolare attenzione va riservata anche alla prevenzione oncologica, aderendo ai programmi di screening raccomandati per età e sesso, come quelli per il tumore della mammella, del colon-retto e della prostata, secondo le indicazioni cliniche. Non meno rilevanti sono le valutazioni funzionali: il controllo della vista e dell’udito, spesso sottovalutati ma cruciali per prevenire isolamento, cadute e declino cognitivo; la valutazione del rischio di osteoporosi e di cadute; e una periodica osservazione delle funzioni cognitive, soprattutto in presenza di fattori di rischio o segnalazioni da parte dei familiari. Infine, la revisione della terapia farmacologica e l’aggiornamento delle vaccinazioni raccomandate per l’età completano un approccio di prevenzione globale, che deve essere personalizzato e integrato, più che basato su singoli esami, con l’obiettivo di intercettare precocemente la fragilità e intervenire prima che diventi disabilità.

Guardando al futuro, come immagina la geriatria dei prossimi anni: più tecnologia, più assistenza domiciliare o un nuovo modello centrato sulla persona e sulla fragilità?

La geriatria dei prossimi anni non sarà una scelta tra tecnologia, assistenza domiciliare o centralità della persona, ma una sintesi di tutti questi elementi. Il futuro va chiaramente verso un modello centrato sulla persona anziana e sulla fragilità, in cui la tecnologia e l’assistenza domiciliare diventano strumenti non fini a sé stessi. La tecnologia avrà un ruolo sempre più rilevante nel supportare la presa in carico continua, basti pensare alla  telemedicina come monitoraggio a distanza, alle cartelle cliniche integrate.Tuttavia, questi strumenti saranno davvero efficaci solo se inseriti in percorsi organizzativi chiari e accompagnati da competenze professionali adeguate.Parallelamente, l’assistenza domiciliare è destinata a diventare uno dei pilastri del sistema, perché risponde al desiderio degli anziani di rimanere nel proprio contesto di vita e consente di ridurre ricoveri impropri e istituzionalizzazioni. Questo richiede però servizi territoriali forti, multiprofessionali e ben integrati con l’ospedale e il sociale.

PROFILO PROFESSIONALE: 

La Dottoressa Laura Berardi è medico chirurgo specialista in Geriatria, con alle spalle una solida formazione accademica e clinica presso l'Università Sapienza di Roma, dove ha conseguito sia la Laurea Magistrale in Scienze delle Professioni Sanitarie della Riabilitazione e successivamente la Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Geriatria.

Possiede esperienza ventennale come fisioterapista, esperta in rieducazione neuromotoria, rieducazione posturale e riabilitazione ortopedica.

Attualmente svolge il ruolo di Geriatra e si occupa del trattamento dei disturbi cognitivi e comportamentali nel paziente anziano, di terapia farmacologica del dolore cronico e di osteoporosi.

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