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Le malattie cardiovascolari restano la principale causa di decesso nel nostro Paese e a livello europeo. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nel 2022 hanno rappresentato il 30,9% di tutte le morti in Italia. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che, nello stesso anno, 19,8 milioni di persone nel mondo abbiano perso la vita per cause cardiovascolari, pari a circa un terzo dei decessi globali. Infarti e ictus sono responsabili dell’85% di queste morti, confermando il loro impatto sulla salute pubblica e sui sistemi sanitari.

Un calo della mortalità grazie alla prevenzione

Nonostante la gravità del quadro, negli ultimi anni i dati mostrano un calo dei decessi dovuti a patologie cardiache e cerebrovascolari. Tra il 2017 e il 2021 il tasso di mortalità standardizzato per malattie del sistema circolatorio si è ridotto dell’11%. Ancora più marcata la riduzione per le malattie ischemiche del cuore (-18,3%) e per quelle cerebrovascolari (-14,8%). Questo miglioramento è attribuito a una combinazione di fattori: maggiore attenzione agli stili di vita, efficacia delle cure farmacologiche, programmi di riabilitazione e campagne di prevenzione.

Differenze tra uomini e donne nella cura delle malattie cardiovascolari

Differenze tra uomini e donne nella cura delle malattie cardiovascolari

Il rischio cardiovascolare non è distribuito in modo uniforme tra i sessi. Negli uomini la mortalità inizia a crescere già tra i 40 e i 50 anni, con un andamento esponenziale negli anni successivi. Nelle donne, invece, l’aumento si manifesta più tardi, a partire dai 60 anni, con un’accelerazione dopo i 70. Queste differenze di genere sono spiegate da fattori biologici, ormonali e comportamentali e sottolineano la necessità di politiche di prevenzione mirate.

L’infarto è donna

Per anni l’infarto è stato percepito come una malattia tipicamente maschile, ma i dati mostrano che anche le donne ne sono colpite in modo significativo, soprattutto dopo la menopausa. La protezione ormonale che caratterizza l’età fertile tende infatti a ridursi con l’avanzare degli anni, portando a un aumento rapido della mortalità cardiovascolare oltre i 60 anni.

Un elemento critico è che nelle donne i sintomi possono presentarsi in forme atipiche: invece del classico dolore toracico oppressivo, possono comparire stanchezza insolita, nausea, dolore alla mandibola, senso di pesantezza allo stomaco o malessere diffuso. Questi segnali vengono spesso sottovalutati o attribuiti ad altre condizioni, con il rischio di ritardi nella diagnosi e quindi di minori possibilità di sopravvivenza.

La consapevolezza che l’infarto riguarda anche la salute femminile deve tradursi in percorsi di prevenzione e diagnosi specifici, capaci di cogliere le differenze di genere e di garantire alle donne pari opportunità di protezione e cura.

Il rischio nei prossimi dieci anni

I dati preliminari del Progetto Cuore, che monitora la salute della popolazione italiana attraverso esami clinici e analisi di laboratorio, mostrano che il rischio medio di sviluppare un infarto o un ictus nei prossimi dieci anni è del 7,7% per gli uomini e del 2,6% per le donne. In altre parole, su 100 uomini di età compresa tra 35 e 74 anni quasi 8 potrebbero andare incontro a un evento cardiovascolare maggiore entro il prossimo decennio, contro poco meno di 3 donne.

I fattori di rischio più diffusi

L’indagine ha evidenziato quanto siano diffuse le condizioni che aumentano la probabilità di un evento cardiaco. Tra le persone di 35-74 anni, circa un quarto risulta in stato di obesità. Il diabete riguarda il 9% degli uomini e il 7% delle donne, ma una quota significativa non ne è consapevole. La colesterolemia elevata interessa un uomo su quattro e tre donne su dieci, mentre quasi la metà degli uomini e oltre un terzo delle donne ha valori di pressione arteriosa alti o è in trattamento. Dati che confermano quanto sia cruciale il monitoraggio costante dei principali parametri vitali.

Visite specialistiche e prevenzione

La diagnosi precoce è la chiave per ridurre la mortalità cardiovascolare. Visite periodiche dal medico di base e controlli specialistici cardiologici mirati permettono di individuare fattori di rischio nascosti, come ipertensione o dislipidemia, e di avviare terapie tempestive. Screening mirati, misurazione regolare della pressione, controllo del colesterolo e della glicemia sono strumenti fondamentali per prevenire complicanze. La prevenzione primaria, basata su stili di vita sani, e quella secondaria, con farmaci e controlli per chi è già a rischio, devono procedere insieme.

Gli stili di vita che proteggono il cuore

L’Iss ricorda che gran parte delle malattie cardiovascolari può essere evitata riducendo i fattori di rischio comportamentali: eliminazione del fumo, riduzione del consumo di alcol, alimentazione equilibrata con meno sale, zuccheri e grassi, aumento del consumo di frutta e verdura, attività fisica regolare. Anche l’inquinamento atmosferico è considerato un fattore ambientale da non trascurare, richiedendo politiche di salute pubblica oltre alle scelte individuali.

La dimensione europea con il progetto JACARDI

La prevenzione delle malattie cardiovascolari non riguarda solo i singoli Paesi. A livello europeo, l’Iss coordina la Joint Action JACARDI, che mira a ridurre l’impatto delle patologie cardiache e del diabete attraverso strategie condivise. Il progetto punta a un approccio multidimensionale che consideri anche i determinanti sociali e culturali della salute, con una particolare attenzione alle differenze di genere. L’iniziativa intende trasformare le esperienze locali in politiche nazionali ed europee, rafforzando la cooperazione e promuovendo l’equità.

Un impegno collettivo per la salute del cuore

Il calo della mortalità osservato negli ultimi anni dimostra che la strada intrapresa è efficace, ma i numeri restano ancora troppo alti. Affrontare le malattie cardiovascolari significa agire contemporaneamente su prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. L’impegno delle istituzioni deve andare di pari passo con la responsabilità individuale: solo combinando azioni pubbliche e scelte personali si potrà continuare a ridurre l’impatto di queste patologie e garantire a milioni di persone un futuro più sano.

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