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Affrontare l'enorme peso di malattie reumatologiche in età pediatrica significa crescere imparando a convivere con una patologia cronica. Ma uno dei momenti più delicati arriva tra i 16 e i 20 anni: la cosiddetta “transizione” dal reumatologo pediatra allo specialista dell’adulto. Un passaggio che non è soltanto clinico, ma anche psicologico e sociale, e che coincide spesso con l’inizio di un nuovo anno scolastico e con la conquista di una maggiore autonomia.

Un percorso inevitabile ma delicato

Secondo i dati della Società Italiana di Reumatologia (SIR), ogni anno circa 10.000 minori ricevono la diagnosi di patologie come artrite idiopatica giovanile, lupus, connettiviti o vasculiti. Queste malattie, nella maggioranza dei casi, accompagnano i pazienti per tutta la vita, rendendo necessario il passaggio alla cura da parte di un reumatologo dell’adulto.

Il bambino non è un adulto in miniatura: ha esigenze cliniche e assistenziali specifiche, legate alla crescita e allo sviluppo. Allo stesso modo, il giovane adulto deve affrontare nuovi bisogni, come la gestione dell’autonomia terapeutica, la contraccezione o il rapporto tra malattia e vita sociale.

Il ruolo delle linee guida europee

La European Alliance of Associations for Rheumatology (EULAR) e la Paediatric Rheumatology European Society (PReS) hanno definito raccomandazioni chiare per gestire al meglio la transizione:

  • avviare il percorso attorno ai 16 anni, concludendolo entro i 18-20;
  • prevedere incontri condivisi tra pediatra, specialista dell’adulto, paziente e famiglia;
  • favorire l’autonomia del giovane nella gestione dei farmaci e degli appuntamenti;
  • ridurre gradualmente il coinvolgimento diretto dei genitori;
  • quando possibile, affidare il coordinamento a una figura di riferimento dedicata (transition coordinator o nurse manager).

Un passaggio che non deve essere traumatico

Non si tratta di spostare un nome da un’agenda all’altra. La transizione deve essere graduale, strutturata e condivisa, per garantire continuità terapeutica e rafforzare la fiducia tra paziente e nuovo specialista.

Vedere i due professionisti collaborare insieme durante gli incontri è fondamentale: il giovane percepisce così la presenza di un’alleanza e non vive il passaggio come un distacco brusco. Allo stesso tempo, il pediatra accompagna il paziente in un contesto nuovo, riducendo timori e insicurezze.

Visite specialistiche e prevenzione continuativa per la cura delle malattie reumatologiche infantili

Visite specialistiche e prevenzione continuativa per la cura delle malattie reumatologiche infantili

La gestione delle malattie reumatologiche croniche richiede controlli regolari da parte di reumatologici specializzati, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. Saltare le visite o interrompere i follow-up può portare a riacutizzazioni, perdita di efficacia terapeutica e peggioramento della qualità di vita.

Per questo, la transizione deve essere anche l’occasione per ribadire l’importanza di una prevenzione secondaria costante: monitoraggio della malattia, attenzione ai sintomi e rispetto delle terapie prescritte. Un giovane che impara fin da subito a riconoscere segnali di allarme e a gestire la propria cura sarà più consapevole e autonomo da adulto.

Continuità di cura per il futuro

La transizione dal pediatra al reumatologo dell’adulto è una tappa complessa ma fondamentale per chi convive con una malattia reumatologica. Un processo ben organizzato non solo riduce il rischio di complicazioni, ma rappresenta anche un passaggio di crescita e responsabilità per il giovane paziente.

La sfida è accompagnare questa fase con strumenti adeguati, garantendo che il percorso di cura resti saldo, senza interruzioni. Solo così la malattia diventa parte della vita quotidiana senza impedire lo sviluppo personale, scolastico e sociale.

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