Un nuovo filone di ricerca apre una prospettiva inedita sulla prevenzione del parto prematuro, una delle principali cause di mortalità e complicazioni neonatali nel mondo. Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti, l’autostima e la resilienza emotiva del padre potrebbero contribuire a ridurre l’infiammazione materna durante la gravidanza, aumentando le probabilità di arrivare al termine delle 40 settimane.
Una scoperta che amplia l’orizzonte dei fattori protettivi nella salute perinatale, integrando elementi psicologici e relazionali nella comprensione dei rischi biologici.
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Lo studio: resilienza del padre e infiammazione materna
La ricerca ha analizzato oltre duecento coppie, valutando indicatori psicologici come ottimismo, autostima e supporto percepito nei partner maschili. Parallelamente, nelle donne sono stati misurati i livelli di proteina C-reattiva, un marcatore di infiammazione associato a un aumentato rischio di parto prima della 37ª settimana.
I risultati mostrano una correlazione significativa: nelle coppie sposate, un livello più elevato di resilienza paterna si associa a minore infiammazione materna e a una gestazione più lunga. Il modello suggerisce che il benessere emotivo del partner maschile potrebbe influenzare, direttamente o indirettamente, l’ambiente biologico in cui si sviluppa il feto.
Perché l’infiammazione è un fattore chiave nel rischio di prematurità
L’infiammazione cronica è riconosciuta come uno dei più rilevanti fattori di rischio per il parto pretermine. Livelli elevati possono alterare i meccanismi che regolano la prosecuzione della gravidanza e anticipare il travaglio.
Lo studio propone una prospettiva nuova: non solo lo stress può aumentare l’infiammazione, ma le risorse emotive positive del partner potrebbero contribuire a ridurla, offrendo una sorta di “scudo” biologico.
Un padre con buona autostima e capacità di fronteggiare le difficoltà tende infatti a sostenere la compagna in modo più efficace, contribuendo a creare un clima domestico meno stressante e più protettivo. La ricerca non dimostra causalità, ma individua un legame coerente con il modello biopsicosociale che integra fattori psicologici, sociali e biologici.
Comportamenti quotidiani che possono fare la differenza nella prevenzione di un parto prematuro

Gli autori ipotizzano che la resilienza paterna possa riflettersi in piccoli gesti: organizzare pasti sani, offrire supporto pratico ed emotivo, ridurre i carichi di stress domestico, favorire un clima affettivo stabile.
Le coppie, inoltre, tendono a sincronizzare i propri stati emotivi: un partner equilibrato e fiducioso potrebbe contribuire a una migliore regolazione dello stress materno, a beneficio della salute del feto.
Visite specialistiche e prevenzione: quando intervenire
Nonostante i risultati promettenti, la prevenzione del parto prematuro continua a passare da un percorso clinico strutturato. È essenziale rivolgersi allo specialista quando compaiono segnali come contrazioni regolari prima della 37ª settimana, dolore pelvico persistente, perdite ematiche o riduzione dei movimenti fetali.
Le visite ostetriche programmate consentono di monitorare la lunghezza del collo dell’utero, individuare infezioni, valutare l’infiammazione sistemica e proporre strategie mirate. Il supporto psicologico può affiancare quello medico nei casi in cui stress e vulnerabilità emotiva rappresentano fattori di rischio aggiuntivi.
Una nuova prospettiva sulla salute perinatale
Lo studio suggerisce che la salute del nascituro non dipende solo da fattori biologici materni, ma anche da dinamiche familiari più complesse. Riconoscere il ruolo del partner maschile nel percorso della gravidanza permette di ampliare gli interventi preventivi e di coinvolgere maggiormente entrambi i genitori nel sostegno alla futura madre.
La ricerca apre la strada a nuovi studi, ma già oggi invita a valorizzare il contributo psicologico e relazionale del padre come parte integrante del benessere materno e fetale.


















