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In Italia la salute mentale resta un terreno fragile, attraversato da stigma sociale, vergogna e isolamento, soprattutto quando si parla di disturbi psichiatrici. È quanto emerge dal rapporto “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzato dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia e presentato a Roma. I dati fotografano un Paese che, da un lato, riconosce ancora il peso della discriminazione e, dall’altro, mostra segnali incoraggianti di maggiore apertura verso l’aiuto professionale.

Lo stigma che resiste sui disturbi psichiatrici

Secondo l’indagine, il 67,9% degli italiani ritiene che sulle malattie mentali gravi continuino a gravare vergogna e discriminazione. La percezione cambia quando si parla di disturbi neurologici, considerati meno stigmatizzati: in questo caso la quota scende al 44,9%. La differenza segnala una frattura culturale ancora marcata tra ciò che viene percepito come “malattia del cervello” e ciò che è considerato “malattia mentale”.

Questa distinzione alimenta stereotipi radicati e contribuisce a ritardare la richiesta di aiuto, soprattutto nei casi in cui il disagio non è immediatamente visibile o viene vissuto come una debolezza personale.

Vergogna e isolamento nella vita quotidiana

Lo stigma non resta confinato alle opinioni astratte. Circa il 59% degli italiani è convinto che la vita delle persone con problemi mentali sia ancora segnata da vergogna e isolamento sociale. Un dato che racconta una realtà fatta di relazioni fragili, difficoltà lavorative e timore del giudizio altrui.

La percezione dell’isolamento è uno degli elementi più critici, perché può trasformare un disagio iniziale in una condizione cronica, riducendo l’accesso alle cure e peggiorando la qualità della vita.

Cosa intendono gli italiani per salute mentale

Quando gli intervistati riflettono su sé stessi, il 50,3% associa la salute mentale all’assenza di disagio psicologico, come ansia o depressione lieve. Questa definizione, seppur comprensibile, riduce la salute mentale a una condizione “per sottrazione”, invece che a uno stato dinamico di benessere emotivo, relazionale e cognitivo.

Il rischio è quello di intervenire solo quando il disagio diventa evidente e invalidante, perdendo le opportunità offerte dalla prevenzione e dall’intervento precoce.

Aiuto professionale: cresce la disponibilità a chiedere supporto

Accanto alle criticità, il rapporto segnala un cambiamento culturale rilevante. L’82% degli italiani dichiara che si rivolgerebbe, o si è già rivolto, a un professionista in presenza di un problema di salute mentale. È un dato che indica una progressiva normalizzazione della richiesta di aiuto, soprattutto per i disturbi percepiti come meno gravi.

Questa apertura rappresenta un punto di svolta: riconoscere il bisogno di supporto è il primo passo per superare stigma e auto-stigmatizzazione.

Salute mentale e salute del cervello: una separazione ancora netta

L’indagine evidenzia anche una distinzione concettuale molto diffusa. Il 62,8% degli intervistati ritiene che salute mentale e salute del cervello non coincidano. Le malattie del cervello vengono associate soprattutto a tumori cerebrali(42,8%) e demenze (40,7%), mentre tra i problemi di salute mentale prevalgono depressione (52,0%) e disturbi paranoidi e maniacali (34,5%).

Questa separazione indica una scarsa consapevolezza dell’interdipendenza tra funzioni cerebrali e salute mentale, un nodo culturale che influisce sulla prevenzione e sull’accesso alle cure.

I determinanti del benessere mentale secondo gli italiani

Quando si chiede cosa favorisca la salute mentale e del cervello, gli italiani superano la dicotomia e indicano fattori trasversali. In cima alla lista compaiono stili di vita sani (64,5%), relazioni familiari e sociali positive (52,2%) ed equilibrio tra lavoro e vita privata (39,3%). Seguono elementi legati al contesto, come un ambiente di vita non degradato (28,3%).

Il messaggio è chiaro: il benessere mentale non dipende solo dalle cure, ma da un insieme di condizioni individuali e sociali che vanno tutelate nel tempo.

Visite specialistiche legate alla salute mentale, diagnosi e prevenzione

Visite specialistiche legate alla salute mentale, diagnosi e prevenzione

Un capitolo centrale riguarda visite specialistiche e percorsi di prevenzione. Riconoscere precocemente segnali come ansia persistente, umore depresso, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione o ritiro sociale consente di attivare interventi tempestivi e mirati. La prevenzione primaria si fonda su informazione, stili di vita equilibrati e supporto psicosociale; la prevenzione secondaria mira a identificare e trattare il disagio nelle fasi iniziali, riducendo il rischio di cronicizzazione.

Le valutazioni specialistiche permettono di distinguere tra difficoltà transitorie e disturbi strutturati, orientando verso percorsi di cura adeguati e integrati.

Dallo stigma alla responsabilità collettiva

I dati del rapporto indicano che lo stigma resta un ostacolo concreto, ma mostrano anche una società più pronta a riconoscere il valore dell’aiuto professionale. Per consolidare questo cambiamento servono politiche di educazione alla salute mentale, servizi accessibili e un linguaggio pubblico che riduca la distanza tra “noi” e “chi soffre”.

Contrastare vergogna e discriminazione non è solo una questione sanitaria, ma una responsabilità collettiva che riguarda scuola, lavoro, media e istituzioni.

Verso una nuova cultura della salute mentale

La fotografia restituita dal rapporto Censis–Lundbeck racconta un’Italia in transizione. Persistono pregiudizi e paure, ma cresce la consapevolezza che la salute mentale sia parte integrante della salute complessiva. Investire in prevenzione, informazione e accesso alle cure significa ridurre l’isolamento, migliorare il benessere e rafforzare la coesione sociale.

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